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Gianluca
Pagliuca: una storia fra le dita
La
Scheda di Paolo Villani, Bolognamania febbraio 2001
Le
dita del numero 1 hanno sempre sfidato attacanti avversari e
altri numeri 1.
Bologna,
Gennaoi 2001
È
ufficiale: è San Pagliuca anche a Bologna. Negli anni
all'Inter le sue prodezze tra i pali avevano fatto le fortune
di una difesa non impeccabile: più volte la stampa lo
aveva eletto santo protettore dell'Inter. A Bologna, fino a
tutto il 2000 la costanza non è mancata e i gol subiti
non sono stati troppi, ma la conferma delle sue doti "soprannaturali"
arriva nel 2001, testimone Locatelli che lo ribattezza San Gianluca
all'indomani della sua prestazione contro il Brescia. Ma, come
ogni processo di santificazione prevede, occorre rivisitare
la storia (in questo caso calcistica) della persona, per stabilire
se è il caso di proporla ai posteri come modello da seguire.
Una "storia fra le dita", essendo un portiere, dita
che hanno detto no ad un'infinità di palloni; ma quanti?
Pagliuca,
oltre 400 partite in Serie A: quante parate?
"Tante: ho preso tanti gol ma ho fatto anche tante parate.
Ma non ti so dire il numero esatto".
L'esordio
in Serie A avviene nella Sampdoria, la Domenica successiva la
finale di andata di Coppa Italia, in cui tu hai giocato contro
il Torino senza incassare gol: quanto ha influito questa performance
nel farti diventare il titolarissimo portiere della miglior
Samp di sempre?
"Ha influito molto. La Sampdoria, a partire dal presidente
Mantovani e da Boskov, aveva molta fiducia in me. Però
ero un giovane, alle prime partite: se le avessi fallite, mi
avrebbero magari dato in prestito; invece le ho giocate bene
e così sono diventato il portiere titolare per tanti
anni".
Sei
stagioni da titolare in blucerchiato: uno scudetto, altre due
Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa delle Coppe.
Sono i primi successi di sempre per la Sampdoria: come ci siete
riusciti?
"Siamo riusciti perché eravamo un ottimo gruppo,
un'ottima squadra formata da ottimi giocatori, a partire da
quei due là davanti, Vialli e Mancini nel loro miglior
periodo di forma, poi c'era dietro un Vierchowod al 100%, Mannini,
poi c'ero io che stavo emergendo: il cocktail ideale".
Un
rammarico la finale di Coppa Campioni persa contro il Barcellona:
R. Koeman ai supplementari. Cosa ricordi di quella sera a Wembley?
"Mi ricordo ancora tutto: ho anche la videocasseta a casa.
Purtroppo questo gol è arrivato quando mancavano 5 minuti
ai calci di rigore: saremmo andati ai rigori col Barcellona
".
Nel
1994 passi all'Inter che cede Zenga alla Sampdoria: quale il
compito più difficile, il tuo di far dimenticare Zenga
o quello di Zenga di raccogliere la tua eredità?
"Io sono arrivato all'Inter, i cui tifosi erano molto innamorati
di Walter: non che mi accolsero male ma c'era dispiacere per
l'addio di Zenga. Ma, come lui stesso mi ha raccontato, anche
Walter ha dovuto far dimenticare ai tifosi blucerchiati un portiere
che aveva fatto la storia della Samp. Entrambi compiti difficili".
Nel
frattempo si giocano i mondiali negli Stati Uniti. Subito in
salita per te: dopo la sconfitta con l'Irlanda, l'espulsione
contro la Norvegia, che per due gare ha dato il via libera a
Marchegiani, il quale in precedenza aveva abdicato nelle qualificazioni
con le sue papere contro la Svizzera. Come vivevate questo dualismo?
"Tranquillamente: c'era un ottimo rapporto, eravamo anche
in camera assieme. Ovvio che tutti e due volevamo giocare, ma
solo un portiere scende in campo: il più delle volte
l'ho fatto io, e ne sono stato ben contento".
Nella
finale di Pasadena avevi ripreso il tuo posto. Cosa è
mancato all'Italia? Signori che stava in panchina?
"Sono mancate tante cose. Signori è finito in panchina
perché erano giorni in cui Baggio faceva tanti gol: fino
all'ultimo c'è stata indecisione se far giocare Baggio
malato o Signori al 100%. La scelta di Sacchi era difficile,
ed e ricaduta su Baggio."
I
cinque anni successivi, trascorsi all'Inter hanno fruttato solo
una Coppa Uefa. Ti saresti aspettato di vincere meno a Milano
che a Genova?
"Sono arrivato in un'Inter in rifacimento con molti giocatori
nuovi: era difficile vincere subito. Mi è dispiaciuto
molto per il mancato scudetto, nell'anno in cui avremmo meritato
di vincerlo: sappiamo tutti come l'abbiamo perso".
Altra
delusione cocente, quindi, lo scudetto dei veleni alla Juventus;
all'Inter resta la rabbia. Cosa ti ha scottato di più:
la sconfitta nella Coppa Campioni, quella ai Mondiali o lo scudetto
perso all'Inter?
"Tutte e tre, anche se è ovvio che la finale di
Coppa del Mondo persa per un rigore sbagliato è il più
groso rammarico".
A
sorpresa hai disputato da titolare anche i Mondiali di Francia
'98, complice l'infortunio di Peruzzi, un grandissimo che così
mai ha giocato un Mondiale. Quanto gli è pesaato tutto
questo, secondo te?
"Gli ha pesato sicuramente, perché un portiere di
ottima qualità come lui avrebbe meritato una competizione
come il Mondiale. Io invece ne ho fatti tre, compreso quello
di Italia '90 in cui ero terzo portiere: sono stato ben felice
di aver giocato anche quello in Francia e di essere stato considerato
uno dei migliori numeri 1 di quel Mondiale".
Lo
scorso anno è stato quello dell'anunciato ritorno al
Bologna, dove Antonioli aveva fatto molto bene. Ancora una sfida
tra numeri uno: sembra proprio una tua peculiarità.
"Sì, è proprio vero, ma va bene così:
l'importante è esserci e fare bene nella squadra in cui
sei. Poi, il mio sogno era quello di fare gli ultimi anni a
casa: ci sono riuscito, ne sono sodisfatto e spero di continuare
ancora".
Una
stagione opaca, quella del Bologna dello scorso anno, ma non
per colpa tua: sei stato il portiere rimasto più a lungo
imbattuto durante il campionato. Dopo una carriera così
scintillante, dove trovi le motivazioni in provincia?
"Innazitutto il Bologna non è una provincia, perché
è casa mia, la mia città, la squadra per cui tifavo
da bambino: per me ogni volta che entro in campo è un'emozione
incredibile. Forse se fossi nato in un'altra città non
avrei le motivazioni che ho qua".
I
tuoi anni migliori sono comunque quelli trascorsi a Genova e
Milano: cosa ti rattrista di più, la Sampdoria che lotta
in Serie B o l'Inter che delude in A?
"L'Inter che delude in A: non me l'aspettavo".
Un
santo è un modello per chi viene dopo di lui. Che cosa
insegna San Pagliuca ai futuri portieri?
"Di essere innamorati del proprio lavoro, di pensare più
agli allenamenti che al guadagno e ai contratti. Questi sono
solo una conseguenza: se sei bravo, professionale, se ti alleni
bene, dopo vengono anche i contratti. Mai pensare subito ai
soldi e dopo al lavoro".
Con
questo, l'esame è superato a pieni voti. Gli stessi che
sta mietendo tra i pali.
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